giovedì 15 dicembre 2011

SULL'EVASIONE FISCALE GOVERNO COME DON ABBONDIO

Ci voleva più coraggio. Dall’evasione fiscale all’asta sulle frequenze televisive, dall’Ici sui beni della Chiesa ai tagli, ma quelli veri, sui costi della politica. Noi non chiedevamo meno tagli o sacrifici ma solo che fossero distribuiti in maniera più equa. Si dice che il coraggio chi non ce l’ha non se lo può dare: in questa manovra è mancato completamente. Non solo per il modo in cui è stata concepita ma per la sostanziale indisponibilità del governo ad aprirsi al confronto sulle modifiche proposte dai vari gruppi parlamentari.
Voglio in particolare soffermarmi sul complesso di emendamenti che Idv ha presentato in materia di evasione fiscale e che avrebbero rappresentato una vera e propria rivoluzione, capace di sconfigger l’evasione, mandando al tempo stesso in pensione per sempre studi di settore, redditometri, e spesometri vari.
La nostra proposta era semplice e da subito operativa. L’Agenzia delle Entrate, infatti, ha già oggi a disposizione una massa enorme di informazioni che le derivano in parte da una propria enorme banca dati, messa a punto in questi anni, e la possibilità di accedere alle banche dati del sistema bancario e degli intermediari finanziari.
Nelle sue linee essenziali la nostra proposta era di una semplicità straordinaria e partiva da un presupposto ovvio: i redditi evasi e i pagamenti ricevuti in nero, nella loro stragrande maggioranza, vengono prima o poi fatti transitare dall’evasore, prima di essere spesi, attraverso una banca o un intermediario finanziario. Sarebbe, quindi, sufficiente che l’agenzia delle Entrate si facesse trasmettere ogni anno da tutti gli operatori finanziari operanti nel nostro paese, il saldo delle uscite di denaro dai propri conti o depositi di ogni titolare di un codice fiscale.
Questo importo, che rappresenta tutte le spese sostenute da un soggetto nel corso di un anno per qualunque causa o titolo, avrebbe potuto poi essere incrociato con i redditi dichiarati da quello stesso soggetto nell’anno precedente. Ogni volta, che non vi fosse stata congruità tra redditi dichiarati e spese effettuate sarebbe bastato attribuire alle Agenzie delle Entrate il potere di avviare autonomamente un procedura di accertamenti fatta di diversi passaggi. In primo luogo, invitare il contribuente, in presenza di spese maggiori ai redditi dichiarati, a dimostrare la provenienza delle maggiori disponibilità di denaro. Per capirci, un contribuente onesto potrebbe aver venduto un immobile, o ereditato una somma, o contratto un mutuo o un prestito con una banca. In tutti i casi in cui le giustificazioni del contribuente non fossero state puntuali e convincenti sarebbe partito un vero e proprio accertamento fiscale.
Questo sistema, che nei suoi principi fondamentali è molto semplice, e che abbiamo elaborato con docenti della Bocconi e della Cattolica di Milano, è, pari pari, la riproposizione del sistema attualmente vigente negli Stati Uniti, che ha permesso a quel paese di debellare l’evasione fiscale e di sferrare un duro colpo alla criminalità organizzata, che ha liquidità ma non sa spiegarne la provenienza.
Questo sistema non solo non lascia scappatoie agli evasori ma addirittura conduce a comportamenti virtuosi. Infatti, chi ha speso 100 sa che non può dichiarare 10 altrimenti, a differenza di quanto accade adesso, dove l’accertamento fiscale è un rischio remoto, incorrerebbe immediatamente nell’accertamento. Sia chiaro che oggi l’Agenzie delle Entrate ha già gli strumenti informativi e informatici per avviare questo processo. Basterebbe solo l’input politico per accendere il bottone.
La nostra proposta non è stata presa in considerazione dal governo. Spiace e molto che di fronte al nostro metodo, semplice e infallibile, il governo abbia preferito la via di Don Abbondio.
Da www.massimodonadi.it

MONTI REGALA LE FREQUENZE A BERLUSCONI A SPESE DEI CITTADINI

 “Come si fa a dare la fiducia ad un governo del genere? E’ mai possibile che anche il vostro governo, come il precedente, non metta queste sei frequenze all’asta e, invece, le regali in parte alla Rai e in parte a Mediaset?”.

E’ quanto ha affermato il leader dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, nel corso del question time alla Camera sull’asta delle frequenze digitali, replicando al ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera. Di Pietro aveva affermato che “nel passaggio dall’analogico al digitale sono stati usati due pesi e due misure. Le frequenze dal 61 al 69 sono state messe all’asta e sono stati così recuperati allo Stato 4 miliardi. Alla Rai e a Mediaset sono invece state assegnate sei frequenze in grazioso dono” e aveva chiesto perché il governo non sia intervenuto su questa situazione di evidente ingiustizia. Il ministro aveva glissato sulla risposta.
“Questo – ha proseguito Di Pietro è un atteggiamento comprensibile da parte del governo Berlusconi – che ha sempre e solo fatto questo: si faceva gli affari propri approvandosi le leggi ad personam. Il sottosegretario all’Economia, Gianfranco Polillo, ieri, ospite a Ballarò, rispondendo alla stessa domanda che oggi ho posto a lei, mi ha detto che il governo non può mettere all’asta le frequenze televisive perché nella maggioranza che sostiene il governo c’è anche il Pdl. Cosa vuol dire questo? Che voi state facendo un voto di scambio per aver avuto la fiducia – ha attaccato Di Pietro - e per continuare ad avere la fiducia anche domani voi non mettete in gara le frequenze buttando via quattro miliardi di euro, chiedendoli ai pensionati italiani.

A Roma il 'No Monti Day' IDV con i Vigili del Fuoco precari

E' partito alle 10.00 di questa mattina, in piazza Montecitorio, il presidio dei Vigili del Fuoco precari che dà il via al 'No Monti Day', la giornata di mobilitazione nazionale contro il Governo Monti e la sua manovra organizzata dall'Unione Sindacale di Base, con manifestazioni, presidi, flash mob in tutti i principali capoluoghi.
Con loro anche l'Italia dei valori. ll leader idv Antonio Di Pietro è con gli oltre 500 pompieri discontinui, giunti a Roma da ogni parte d'Italia, per manifestare contro i provvedimenti inseriti nella manovra, che per i VVF comportano una riduzione in 13 mesi del 75% del totale fondo per i richiami del personale precario, il sabotaggio, attraverso una specifica modifica del D.Lgs. 139/2006, delle migliaia di cause contro il 'collegato lavoro' che stanno trovando accoglimento nei tribunali di tutto il Paese; la trasformazione del Corpo Nazionale da base professionista a base volontaria.
Se tali provvedimenti verranno approvati, dal prossimo primo gennaio ci saranno oltre 20.000 nuovi disoccupati senza nessun tipo di ammortizzatore sociale. USB condanna questo tentativo di risolvere la partita del precariato cancellando i precari e continuerà a mantenere alta la mobilitazione di tutti i lavoratori contro una manovra iniqua e dettata dai poteri forti.
Non solo i vigili del fuoco discontinui. A Roma il 'No Monti Day' prosegue con la protesta dei lavoratori dell'INPDAP, che dalle 11.00 manifestano sotto il Ministero del Lavoro in via Veneto contro la cancellazione di 700 posti di lavoro determinata dalla soppressione dell'Ente. Flash mob a sorpresa sono inoltre previsti nel corso di tutta la giornata.

mercoledì 2 novembre 2011

1 Novembre 2011


Stiamo ballando sul ponte del Titanic. Se le cose continuano
così, i nostri figli si chiederanno in futuro cosa facevamo noi mentre la nave
andava a picco. Anche stamattina le cifre della borsa sono il bollettino di una
guerra che stiamo perdendo, e ancora ieri lo spread, a 400 punti, era
descritto come insopportabile. Oggi siamo a quota 437. La borsa
crolla, la disoccupazione ha ricominciato a galoppare, il Pil procede con passo
di lumaca e presto si fermerà del tutto. I commentatori di tutto il mondo, di
destra, di sinistra e di centro, spiegano ogni giorno che questa valanga In
Italia non si fermerà fino a che non ci sarà un esecutivo di cui i mercati
possano fidarsi. Cioè il contrario di quello che c'è adesso. Il
presidente del Consiglio, invece di mostrare in extremis un po' di
responsabilità, se la prende con coloro che protestano, e pur di non
andarsene è pronto a far affondare il Paese intero. In questa situazione,
l'opposizione non può restare ferma ad aspettare sulla riva del fiume che passi
il cadavere del governo. Dobbiamo darci una mossa rapidamente. E’
inutile continuare a scannarci su chi debba fare il premier. Dobbiamo
metterci tutti a disposizione con spirito di servizio, pensando a
costruire un programma di coalizione in pochi punti, ma condiviso e senza
riserve mentali.
C’è bisogno di lavorare per ritrovare un po’ di fiducia da parte dei
cittadini italiani che ormai stanno cominciando a non poterne più di
quanti fanno politica, che siano di destra o di sinistra. E’ d’obbligo
ritrovare l’unità e il gioco di squadra. Non è più il tempo, invece, di fare le
‘prime donne’. Se proprio si devono fare le primarie, facciamole
subito con regole chiare e massima trasparenza. A patto, però, che
servano a ricostruire un percorso di fiducia con i cittadini-elettori, e
non a demoralizzarli ancora di più, con i continui nostri battibecchi,
come quelli a cui abbiamo assistito in questi giorni a Firenze (o come è
successo di recente in Molise, dove addirittura il centrosinistra prima ha fatto
le primarie e poi il candidato che le ha perse ha fatto campagna elettorale
contro quello che le ha vinte, tanto che poi il centrosinistra ha perso
le elezioni per meno di mille voti!).
Insomma delle due l’una: o le primarie devono svolgersi all’insegna del
massimo rispetto e considerazione fra i concorrenti e con l’impegno che
comunque poi lavoreremo ‘uno per tutti e tutti per uno’ oppure tanto
vale affidare a chi ha più chance la candidatura a premier. In quest’ultimo caso
io e tutti noi di IdV siamo anche pronti a fare un passo
indietro ed appoggiare quella candidatura che alle altre forze
politiche della coalizione risulterà più gradita.
Come dicevo all’inizio, il Titanic sta affondando e non è il più momento dei
personalismi ma della costruzione di una casa comune.
Restarsene con le mani in mano, o continuare a cincischiare su chi deve fare il
candidato premier, farebbe ricadere anche su di noi la responsabilità del
disastro.Orsù dunque, basta con le saccenterie e gli
isterismi. Scegliamo da subito, con o senza primarie, il nostro
candidato premier e sottoscriviamo un programma condiviso. Io ci sto.

Postato da Antonio Di Pietro in

martedì 13 settembre 2011

Le cinque grandi ruberie al tesoretto italiano di Paolo Berdini, il manifesto, 11 settembre 2011

C'è un'immensa cassaforte con cui sanare il paese ma che nessuno vuole aprire. Basterebbe ripristinare la legalità e risparmiare quanto gettiamo ogni anno - il valore di una finanziaria - nelle voraci fauci dei poteri forti.



La manovra economica approvata dal Senato non taglia gli sperperi della spesa pubblica. All'ultimo istante sono state risparmiate anche le prebende della casta parlamentare e nonostante quanto emerge dall'inchiesta sul sistema Sesto San Giovanni - e cioè il gigantesco intreccio tra l'uso della spesa pubblica e dell'urbanistica contrattata per fare cassa a favore delle lobby politico imprenditoriali - né la maggioranza né l'opposizione hanno posto all'ordine del giorno il prosciugamento del fiume di denaro pubblico che sfugge ad ogni controllo democratico. Il "sistema Penati" sta lì a dimostrare che esiste una gigantesca cassaforte piena di risorse che non viene neppure sfiorata dai provvedimenti economici in discussione in Parlamento: lì c'è un grande tesoro che permetterebbe di non tagliare lo stato sociale e risanare il paese.

Il tema del taglio al malgoverno urbano tornerà sicuramente all'ordine del giorno perché tra qualche mese ricomincerà la grancassa del «non ci sono i soldi» e - complici le autorità europee - ripartirà la rincorsa per tagliare i servizi, tagliare le pensioni, vendere le proprietà pubbliche. Vale dunque la pena riprendere il prezioso suggerimento di Piero Bevilacqua su queste pagine (28 agosto), ragionare sulle possibilità di rovesciare i canoni del ragionamento fin qui egemone per interrompere una volta per tutte la grande rapina dei beni comuni, delle città e del territorio.

Il denaro pubblico viene intercettato dalle lobby politico-imprenditoriali attraverso sei grandi modalità. La prima riguarda le opere pubbliche. Il volume degli investimenti pubblici nei grandi appalti è pari a circa 20 miliardi di euro ogni anno. Appena pochi mesi fa un giovane "imprenditore" (Anemone) con il fiume di soldi guadagnato in generosi appalti offerti dalla cricca Bertolaso ha potuto permettersi di contribuire all'acquisto di una casa per l'ignaro ministro Scajola: quasi un milione di euro. Ad essere prudenti una percentuale intorno al 20% ingrassa le tasche della politica corrotta e delle lobby: 4 miliardi ogni anno. Qualche tempo fa ci hanno ubriacato con l'esempio virtuoso dell'unificazione degli acquisti delle siringhe per il sistema sanitario nazionale perché ogni regione spendeva somme differenti. Tanto rigore per pochi spiccioli, mentre non sappiamo controllare quanto costa costruire una scuola o una strada.

Un secondo capitolo strettamente connesso al precedente è che molte opere pubbliche non servono alla collettività, ma vengono decise da sindaci che si sentono abilitati a compiere qualsiasi nefandezza perché «eletti dal popolo». Come a Parma, dove una falange di amministratori ha sperperato miliardi di euro in grandi e inutili opere. Ora il comune è sull'orlo della bancarotta (seicento milioni) e il sindaco è ancora lì, barricato nel palazzo. O come nel caso della faraonica piscina voluta dall'ex sindaco di Roma Veltroni a Tor Vergata: occorrerà spendere un miliardo di euro per farla funzionare. O, come emerge dall'inchiesta di Sesto San Giovanni, appalti inventati appositamente per rimpolpare i bilanci delle aziende pagatrici di tangenti (la milionaria illuminazione della tangenziale, ad esempio), o attraverso l'affidamento a prezzi protetti di servizi pubblici, come il trasporto urbano. Anche in questo caso una stima prudente ci porta a dire che possono essere risparmiati almeno 4 miliardi ogni anno.

Ci sono poi le poste maggiori: quelle che intercettano la spesa pubblica corrente. Per la sanità pubblica si spendono oltre duecento miliardi di euro all'anno e ci si è dimenticati troppo in fretta lo scandalo della sanità della Puglia, quelli ricorrenti di Milano e della Lombardia, quello del Lazio di Storace, della Liguria, dell'Abruzzo. Episodi che derivano dall'uso spregiudicato del taglio delle prestazioni pubbliche e il loro affidamento - a prezzi senza controlli - agli amici di turno. Riportando a sistema la spesa sanitaria c'è spazio per risparmiare decine e decine di miliardi di euro.

C'è poi il capitolo della "privatizzazione" della pubblica amministrazione che sta distruggendo lo Stato e - contemporaneamente - ci costa un fiume di soldi. Il fedele collaboratore di Giulio Tremonti, Marco Milanese, arrotondava il suo non modesto stipendio da parlamentare con consulenze milionarie a carico di istituzioni pubbliche. Proprio in questi giorni abbiamo scoperto che una giovane di 33 anni, di indubbie attitudini artistiche, era stata nominata consulente della Finmeccanica a spese nostre. Del resto, anche quel campione di moralità di Valter Lavitola è consulente della Finmeccanica. Si potrebbe poi continuare nel calcolare quanto costa alle casse pubbliche la grande abbuffata operata dalla giunta comunale guidata da Gianni Alemanno nel moltiplicare posti di lavoro (centinaia di persone!) nelle municipalizzate romane.

E proprio nell'erogazione dei pubblici servizi si sperpera un altro fiume di risorse economiche attraverso un impressionante numero di società di scopo. La cultura neoliberista è riuscita a far passare i concetti di "efficienza" e in nome di questo totem ad esempio a Parma sono state create 34 (trentaquattro) società partecipate per gestire l'ordinarietà. Anche nell'area bolognese e in molte altre città i servizi pubblici sono gestiti da un numero imponente di società. Presidenze, consigli di amministrazione, consulenti d'oro che riportano docilmente i soldi ai generosi decisori. E invece di disboscare questa foresta di ruberie hanno provato a tagliare la democrazia sciogliendo i piccoli comuni!

Con queste prime cinque voci si arriva a oltre 40 miliardi di euro: l'ammontare dell'attuale finanziaria. C'è poi l'ultimo capitolo che riguarda la madre di tutti gli imbrogli, l'urbanistica contrattata. Essa è diventata l'unica modalità con cui si trasformano la città. Le regole generali sono state cancellate e di volta in volta si decide sulla base delle convenienze. Sull'area Falk servono più cubature? Nessun problema. Un accordo di programma non si nega a nessuno: il sindaco passerà all'incasso di una parte delle gigantesche plusvalenze speculative prodotte e ci farà campagna elettorale. Sulle aree dell'Idroscalo deve essere costruita una mostruosa città commerciale? Ecco pronto un altro accordo di programma completo del ringraziamento economico spesso veicolato da progettisti compiacenti. Questa patologia vale ormai per tutti i comuni, grandi o piccoli che siano.

Il quadro che abbiamo delineato sembra non presentare apparentemente differenze rispetto al recente passato. Ruberie e scellerati sperperi di denaro pubblico ci sono sempre stati: c'è Tangentopoli a dimostrarcelo. Ma il fatto nuovo è che la legislazione liberista affermatasi nel ventennio ha reso il meccanismo perfetto. Non ci sono infrazioni alle leggi perché sono le stesse norme approvate in questi anni a consentire ogni tipo di arbitrio.
Altro che tagli e vendita del patrimonio di tutti, dunque. Basterebbe ripristinare la legalità e risparmiare quanto gettiamo nelle voraci fauci dei poteri forti.

E' venuto il momento di dire basta, altrimenti ci vendono l'intero paese, democrazia compresa. E' questa la sfida che la nuova sinistra ha davanti. Una sfida per delineare un futuro diverso. Per risanare lo Stato, per far vincere le competenze sulla palude di mediocrità che sta soffocando il paese. Per dare una prospettiva ai giovani e al mondo del lavoro.

(12 settembre 2011)


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martedì 2 agosto 2011

NOTA STAMPA Brindisi 2 agosto 2011 L’Italia dei valori di Brindisi ha incontrato il commissario Asl Br/ 1, dott.ssa Paola Ciannammea.

Si è svolto nella più totale apertura e condivisione di intenti l’incontro che ha avuto luogo ieri primo agosto, presso l’Asl di Brindisi, della dott.ssa Paola Ciannammea con il senatore Giuseppe Caforio accompagnato dal coordinatore provinciale Lorenzo Caiolo. Durante la visita dei due esponenti del partito di Di Pietro, sono state gettate le basi per una proficua collaborazione sul territorio brindisino per ciò che riguarda la gestione della Sanità pubblica regionale che com’è noto versa in gravi condizioni deficitari sia dal punto di vista economico che da quello organizzativo, quest’ultimo consequenziale causa della ormai sempre più ridotta spesa pubblica.

Dal sen. Caforio e dal prof. Caiolo sono state poste in risalto varie problematiche, come quella della questione dell’esenzione del ticket che sta diventando una vera odissea per chi è costretto a recarsi agli sportelli Asl Br 1 per il rinnovo o l’ottenimento della certificazione, è stato, quindi, chiesto alla neo dirigente di provvedere affiché sia semplificato il più possibile l’iter burocratico.

Non poteva mancare l’accenno al polo univesitario brindisino, quello relativo alle professioni sanitarie che dovrebbe essere ricostituito a Brindisi per ovviare all’ingiusto scippo perpetrato dalla passata dirigenza che ha sempre avuto atteggiamenti di chiusura in merito a questa vicenda.

« In momenti di crisi come questi, - dichiara Caforio – avere a che fare con persone dalla spiccata sensibilità come ha dimostrato di esserne dotata la dottoressa Ciannammea, mi fa ben sperare, perché di fronte alla gravità dello stato di gestione della Santà pubblica in Puglia, si deve far fronte unico con la dirigenza sanitaria di ogni provincia e quindi insieme alle forze politiche e non solo, studiare i modi e i tempi per evitare che le colpe di chi in modo criminale ha affamato il settore sanitario non ricadano sulla collettività e dove, nonostante tutto, si pensa a megastrutture ospedaliere, quando non si hanno fondi di dignitosa entità per la gestione ordinaria della sanità territoriale. Quindi ritengo che una persona come la dottoressa Ciannammea sia arrivata al momento giusto e con la quale vogliamo collaborare come partito attento alle istanze della gente. »

« La dottoressa Ciannammea – dichiara Caiolo – ci ha dato l’impressione di essere una persona umana e molta attenta alle questioni da noi evidenziate, oltre a darci immediata disponibilità per un confronto costruttivo attraverso il dialogo e l’ascolto. »

coordinamento provinciale

Italia dei valori Brindisi









venerdì 8 luglio 2011

La sinistra senza coraggio di Massimo Giannini, da Repubblica, 7 luglio 2011

Immersa nella nube di "cupio dissolvi" che troppo spesso la acceca, la sinistra ha perso una formidabile occasione. Astenersi alla Camera 1, nel dibattito sul disegno di legge costituzionale per la soppressione delle province, è stato un errore imperdonabile. È come se l'opposizione, dopo aver trovato un prorompente e promettente varco politico dentro la società italiana che ha votato alle amministrative e ai referendum, gli avesse improvvisamente e inopinatamente voltato le spalle.

Dilettantismo? Opportunismo? Masochismo? Forse tutte e tre le cose. Sta di fatto che la politica, come la vita, è attraversata da fasi. L'esito della doppia tornata elettorale di maggio e di giugno imponeva una scelta inequivoca, che rendesse manifesta la capacità della sinistra di saper "leggere" la fase, e di saperla cogliere con tempestività e mettere a frutto con intelligenza.

La fase suggerisce l'esistenza di un'opinione pubblica sempre più stanca delle menzogne di un governo mediocre e inaffidabile, e sempre più stufa delle inadempienze di una "Casta" ricca e irresponsabile. Il ddl sull'abolizione delle province era la prima opportunità utile, offerta soprattutto al Partito democratico, per dimostrare di saper stare "dentro la fase".

C'era in ballo una ragione tattica, innanzi tutto. Tra molti mal di pancia, l'altroieri il Pdl e la Lega hanno votato contro il testo proposto dall'Idv, rinnegando l'ennesima promessa tradita della campagna elettorale del 2008. La soppressione delle province era nel programma di governo del centrodestra, che ora se la rimangia allegramente, non solo rinunciando a cancellare le province esistenti, ma creandone di nuove. Sbarrargli la strada con un voto compatto di tutte le opposizioni avrebbe significato una quasi certa vittoria parlamentare, una clamorosa sconfitta della resistibile armata forzaleghista e un palese disvelamento delle sue contraddizioni interne.

Ma c'era in ballo soprattutto una ragione strategica. Il "movimento invisibile" che attraversa il Paese (secondo la felice metafora di Ilvo Diamanti) invoca da tempo un sussulto di dignità dall'establishment. Un taglio credibile ai costi della politica (tanto più di fronte all'ennesima burla prevista sul tema dalla manovra anti-deficit da 40 miliardi) resta uno dei temi più sensibili per una quota crescente di opinione pubblica, che subisce con disagio una condizione sociale sempre più dura e insicura e reagisce con indignazione di fronte ai privilegi sempre più intollerabili delle classi dirigenti. Auto blu, aerei blu, stipendi blu, pensioni blu. Tutto è blu, nel meraviglioso mondo del Palazzo.

Gli italiani chiedono alla politica efficienza, produttività, equità. Le misure appena varate dal ministro del Tesoro non gli offrono nulla di tutto questo. L'abolizione delle province era invece il primo test, sia pure collocato su un piano parzialmente diverso, per dare una risposta a questa domanda degli italiani. Il Pd quella risposta gliel'ha negata. E non ha capito che cogliere un "attimo" come questo è il modo migliore per evitare che monti ancora l'onda dell'antipolitica. È il metodo più efficace per contenerla, senza lasciarsi travolgere e poi essere costretti a subirla e a inseguirla. Com'è successo tante volte alla sinistra, dai girotondi di Nanni Moretti ai raduni di Beppe Grillo.

Ai riformisti non si richiede l'agio di lasciarsi "etero-dirigere" dalle masse, rifiutando la fatica necessaria di provare invece a guidarle. Il voto favorevole alla soppressione delle province poteva essere motivato senza cedimenti al populismo e al qualunquismo, perché la buona politica non deve mai ridursi a un'alzata di mano o alla x su una scheda. Il Pd aveva strumenti per inquadrare quel voto in uno schema di riordino complessivo dell'architettura istituzionale, dove non si punta a picconare a casaccio un sistema di autonomie locali codificato dalla Costituzione. Quello che non doveva fare è trincerarsi dietro la difesa di questo sistema, per giustificare la sua codina astensione. Ed è invece esattamente quello che ha fatto. Legittimando così i peggiori sospetti di chi vede in questa mossa malsana l'intenzione malcelata e maldestra di salvare le solite guarentigie e le solite poltrone.

Le province italiane sono 110. Costano al contribuente circa 17 miliardi di euro, cioè quasi la metà dell'importo della stangata a orologeria di Tremonti. Le presidenze di provincia occupate dal Pd sono 40, contro le 36 del Pdl, le 13 della Lega, le 5 dell'Udc. Tutti tengono famiglia. Ma se la sinistra non ha la forza e il coraggio di dimostrare agli italiani che non tutti sono uguali, la partita dell'alternativa non comincia nemmeno. Siamo fermi a Nenni: le piazze si riempiono, ma le urne si risvuotano.

(7 luglio 2011)

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