giovedì 22 dicembre 2011

SEVERINO, SIA SEVERA

di Marco Travaglio

Pensavamo, ingenuamente, che il governo tecnico fosse lì per “salvare l’Italia” con poche misure di pronto soccorso. Invece, a sentire gli annunci e le interviste del premier e dei suoi ministri sui giornali e nei talk show (a proposito: non avevano detto che non avrebbero fatto annunci né dato interviste né frequentato talk show?), pare che vogliano riformare tutto il riformabile: welfare, pensioni, stipendi, statuto dei lavoratori, grandi opere, fisco, giustizia, carceri, sanità, università, scuole, asili, anche nidi.

Una delle più loquaci è la Guardasigilli Paola Severino, che annuncia a Repubblica addirittura una legge anticorruzione. Non prima di una “revisione delle procedure decisionali e di gestione”, affidata all’immancabile “tavolo di confronto per la semplificazione dei rapporti tra Pubblica amministrazione e impresa”. Roba che, a fare presto, richiede almeno un piano quinquennale. Senza contare che quella della legge anticorruzione è diventata una gag, meglio del Sarchiapone, visto che tutti i governi che Dio manda in terra, da che mondo è mondo, ne annunciano una e poi se ne guardano bene. Noi comunque prendiamo in parola la Severino e diamo per scontato che lo stesso Parlamento che fino all’altroieri dichiarava Ruby nipote di Mubarak, salvava Cosentino, Milanese, Romano e votava leggi pro-corrotti, si convertirà in articulo mortis e con agile piroetta voterà leggi anti-corrotti. La sola proposta che la ministra anticipa è “una nuova fattispecie di corruzione, quella ‘ privata ’ all’interno delle imprese”.

Non vorremmo deluderla, ma il reato di corruzione fra privati è già previsto dalla Convenzione internazionale sulla corruzione che tutti gli Stati membri del Consiglio d’Europa firmarono a Strasburgo nel lontano 1999: dopodiché tutti gli Stati membri la ratificarono, tranne l’Italia. Per informazioni, la Severino può rivolgersi ad Augusta Iannini in Vespa, che staziona al ministero di via Arenula dal 2001, sopravvissuta a Castelli, Mastella, Alfano e Palma senza mai sfiorare quella convenzione con un dito. L’altro giorno s’era sparsa la voce che la Severino l’avrebbe sostituita. Magari. Invece l’ha puntualmente confermata a capo dell’ufficio legislativo. Ottima scelta per un ministro che dice di voler “uscire dalla logica delle leggi ad personam”: proprio quelle che la signora Iannini ha contribuito a scrivere senza mai un conato di vomito: falso in bilancio, rogatorie, Cirami, ex Cirielli, senza contare quelle incostituzionali fulminate dalla Consulta (Schifani, Alfano, Pecorella, anti-Caselli).

Convertirla dalla pro-corruzione all’anti-corruzione sarà dura, ma la Severino ha il piglio giusto per riuscirci. Nel qual caso le basterà prendere la Convenzione di Strasburgo e copiarla paro paro: essa già punisce – come avviene in tutto il mondo civile – non solo la corruzione fra privati (per esempio, quando il capoufficio acquisti di un’azienda prende la stecca dal fornitore per servirsi da lui, a prezzi più alti di quelli di mercato), ma anche l’autoriciclaggio (l’Italia è l’unico Paese occidentale in cui chi ricicla soldi sporchi in proprio non commette alcun reato) e il traffico d’influenze illecite (quando uno si fa pagare in cambio della promessa di spendere le proprie entrature per risolvere il suo problema).

Se poi la Severino volesse risparmiare tempo, l’anno scorso il Fatto preparò con l’aiuto di giudici e giuristi un articolato di legge che prevede anche di unificare corruzione e concussione e cancellare catastrofi come la Cirielli (la legge del 2005 che dimezza la prescrizione creando la figura del colpevole incensurato a vita, mentre intasa le carceri allungando inutilmente le pene ai recidivi), la salva-evasori (1999) e la depenalizzazione di fatto del falso in bilancio (2002). È una riforma a costo zero, anzi a introito sicuro, visto che intaccherebbe quell’enorme serbatoio di nero che ammonta ogni anno a 70-80 miliardi per la corruzione e a 150 miliardi per l’evasione. Poi farebbe crollare i costi delle opere pubbliche e incentiverebbe le imprese straniere a investire in Italia. Se vuol fare sul serio, signora ministra, sa dove trovarci.

Il Fatto Quotidiano, 21 Dicembre 2011

mercoledì 21 dicembre 2011

ci giungono gli Auguri dell'Ufficio U.N.O.

Cari
pochi giorni a Natale, pochi giorni all’inizio del nuovo anno.
Il 2011 sta per essere archiviato e, in ogni Cittadino, è forte la speranza di un cambiamento all’insegna di “giustizia sociale”; questo è il dono che ti auguriamo di trovare sotto l’albero insieme a altri valori preziosi quali “equità”, “solidarietà”, “rispetto”.
Winston Churchill diceva:
“E’ un peccato fare niente,
  col pretesto che non possiamo fare tutto”
oggi è tempo che ognuno faccia la propria parte e anche tu puoi contribuire alla costruzione di una rete di gente di valore.
Convincere e coinvolgere, questo è l'impegno che dobbiamo far nostro.
Intanto auguri, …. sinceri auguri di buon Natale e sereno 2012
Ivan Rota e Ignazio Messina

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UFFICIO NAZIONALE ORGANIZZATIVO
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lunedì 19 dicembre 2011

UNA LEGGE ELETTORALE PER "FOTTERCI"

Leggo sulla stampa, per così dire qualificata, che la nuova maggioranza PDL-PD con il supporto del fido Terzo Polo, sta puntando ad una nuova legge elettorale per rinsaldare il legame contro natura che nulla ha a che vedere con il sostegno al governo tecnico nato per superare l’emergenza economica. L’IdV ha dato battaglia per cambiare la legge elettorale “porcata” di Calderoli, fatta solo per impedire al centrosinistra, vittorioso poi nel 2006, di governare.
E poiché le altre forze politiche, di destra di centro e di sinistra, hanno fatto orecchie da mercante, abbiamo raccolto le firme per mandare in soffitta il “porcellum” ripristinando la vecchia legge maggioritaria con recupero proporzionale. Adesso attendiamo il responso della Corte Costituzionale e, appena ottenuto il via libera, ci tufferemo nella campagna referendaria.
Ovviamente i politici politicanti – anche questi di destra, di centro e di sinistra- stano provando ancora una volta a truccare le carte. Gli italiani vogliono un sistema bipolare, e loro sono pronti a farlo saltare; Francia, Inghilterra e U.S.A hanno sistemi elettorali maggioritari, e loro vogliono tornare al proporzionale puro; nel mondo tutti gli elettori sanno prima chi governerà in caso di vittoria, loro pensano di avere le mani libere per fare i soliti patti incestuosi.
L’IdV vuole programmi chiari, alleanze certe e possibilità di scegliere i parlamentari da parte dei cittadini. Vogliamo troppo? Non penso proprio e per questo siamo scomodi fino a minacciarci di lasciarci fuori dal Parlamento con una legge elettorale ad hoc. Sì, sono sempre loro, i noti politicanti che ammorbano l’aria e le aule parlamentari da trent’anni, che non hanno voluto la legge sul conflitto di interessi, che predicano bene e razzolano male, che pensano alla politica come un gioco di scacchi, tutto testa e senza anima,
Vogliono fare una legge elettorale per fotterci? La facciano pure. Cari amici, se guardassimo al nostro tornaconto, sarebbe più comodo rimanere nell’ammucchiata indistinta che si sta delineando chiedendo protezione. Invece facciamo quello che gli elettori ci hanno chiesto: i loro interessi, non i nostri.
Possibile che per il PD sia così difficile capire i nostri comportamenti fondati su scelte di merito e non di comodo? Possibile non capire che Monti sia una soluzione precaria e a termine? Noi continuiamo con le nostre idee: superato Berlusconi, dobbiamo archiviare il berlusconismo e costruire con semplicità e determinazione l’alternativa. Con chi ci sta, naturalmente.

FORZA E CORAGGIO

La manovra colma di tasse che ha tanto deluso il «New York Times» ha un po’ depresso anche noi. L’avremmo voluta più coraggiosa e profonda: i due attributi che cambiano sempre una storia e talvolta la Storia. Cos’aveva e cos’ha da perdere, il professor Monti? Ancora per qualche settimana i partiti saranno ai suoi piedi: deboli, smaniosi di farsi dimenticare e costretti a sottoscrivere qualsiasi ricetta, pur di non essere additati come i responsabili della catastrofe. Una condizione temporanea e irripetibile, che consentirebbe al governo di fare politica sulla testa dei politici e in parte anche degli italiani, impugnando la sciabola dell’emergenza per sradicare privilegi e spalancare finalmente le finestre di un Paese soffocato dalle mille caste che abbiamo visto agitarsi in queste ore.

Siamo un popolo di riformisti immaginari, che si svegliano rivoluzionari ma tornano conservatori all’ora di mettersi a tavola. Il popolo del primo comma. Prendete qualsiasi documento partorito in Italia: non soltanto una legge, basta un regolamento di condominio. L’incipit vi colpirà per la chiarezza espositiva e la precisione dei permessi e dei divieti. Poi però si va a capo, perché da noi si va sempre a capo, e lì cominciano le eccezioni. Ognuna rispettabile, giustificabile, persino auspicabile. Ma il risultato finale sono l’impotenza e l’arbitrio.

Nessuno pretendeva che Monti cambiasse in un mese la testa millenaria degli italiani. Però non sarebbe stato male se fra tanti tecnici il professore si fosse ricordato di inserire al governo un esperto di psicologia. Lo avrebbe aiutato a cogliere gli umori profondi dei suoi concittadini. Che erano sì rassegnati ad aprire il portafogli. Ma chiedevano due cose. Innanzitutto, che prima di loro lo aprissero i politici. Ci si sarebbe accontentati di un segnale: una trattenuta sull’onorevole stipendio o la sua conversione in Buoni del Tesoro. Chi, a destra e a sinistra, avrebbe avuto la faccia tosta di opporsi?

La seconda richiesta era e rimane più impalpabile, ma non meno reale: l’indicazione di un orizzonte. Non basta agitare il fantasma del fallimento: pagate le tasse, altrimenti qui salta tutto. Vero. Ma non si guarisce un depresso con la paura. Con la paura lo si può convincere a compiere un gesto di sopravvivenza, che è poi quello che stiamo facendo. Però per uscire dalle secche del declino serve la speranza in un avvenire che non può essere la restaurazione dello Stato sociale novecentesco che la globalizzazione dei cinesi e dei banchieri ha distrutto per sempre. Dai Monti e dai Passera ci aspettiamo qualcosa di più strategico. Altrimenti sarebbe stato sufficiente ingaggiare una coppia a corto di diottrie come quella che guida Francia e Germania.

Il contribuente ha il dovere di pagare, ma ha anche il diritto di sapere a cosa serviranno i suoi sacrifici. A investire sul potenziamento dell’unica italianità spendibile all’estero - ricerca, agricoltura, artigianato, turismo, cultura -, oppure a tappare le falle di bilancio che la recessione e il killeraggio dei mercati si incaricheranno di riaprire fra sei mesi?
Bisogna scegliere, bisogna osare. Questo non è più il tempo dei rimpianti e delle recriminazioni. È il tempo della forza e del coraggio. Vale per il governo, per le imprese, per gli analisti che analizzano e non azzardano mai soluzioni. Vale per tutti noi che ci aggiriamo fra i vicoli della crisi come pugili suonati, digrignando i denti in faccia al mondo che cambia, invece di guardarlo negli occhi per capire se possiamo ancora farcelo amico.

Massimo Gramellini dal quotidiano "LA STAMPA"

sabato 17 dicembre 2011

FREQUENZE TV, VIA DEL GOVERNO ALL'ASTA

Frequenze tv, sì del governo all'asta Berlusconi: "Un'imboscata"L'esecutivo fa suoi gli ordini del giorno presentati da Idv e Lega e si impegna a cancellare l'assegnazione a titolo gratuito per andare ai migliori offerenti. L'ex premier irritato dalla firma di Maroni sul documento e sulla decisione del governo di "adottarlo"
ROMA - Il governo ha accolto nell'aula della Camera due ordini del giorno analoghi, di Idv, Lega ed esponenti del Pd, che lo impegna ad annullare l'assegnazione gratuita delle frequenze Tv e a indire una successiva asta "a titolo oneroso". Il documento, essendo stato accolto, non è stato posto ai voti. Lo ha comunicato il ministro per i rapporti con il Parlamento, Piero Giarda, che ha corretto una sua precedente indicazione in cui ne chiedeva l'accantonamento.

Il "beauty contest", cioé l'assegnazione a titolo gratuito delle frequenze tv liberate dal digitale terrestre era stato deciso dal governo Berlusconi e contestato dalle opposizioni 1in quanto assegnava agli operatori telefonici, senza alcun onere, 2 i canali analogici liberati. Il beauty contest era stato all'epoca votato anche dalla Lega che oggi, invece, ha presentato un Odg di segno totalmente contrario.

L'ordine del giorno della Lega, di cui il primo firmatario è Roberto Maroni, partendo dal mancayo introito del "beauty contest", sottolinea come al contrario "la recente gara 4G per il mercato delle tlc ha generato un incasso superiore alle più rosee aspettative, garantendo una entrata di circa 4 miliardi". La Lega sottolinea inoltre

"l'imprescindibile necessità" di puntare sulla banda larga, per la quale una gara potrebbe "generare nuovo gettito".

Di qui l'impegno al governo ad "annullare il bando di gara per l'assegnazione di diritto d'uso di frequenze in banda televisiva e il conseguente disciplinare di gara, che finirebbe per implementare a titolo gratuito la già rilevante detenzione di frequenze di soggetti già operanti" (Rai e Mediaset), e ad annullare conseguentemente il beauty contest. Il documento della Lega dà indicazioni tecniche per come impostare la nuova gara per l'assegnazione delle frequenze che, in ogni caso, dovranno essere "oggetto di asta a titolo oneroso".

All'assegnazione a titolo gratuito si era detta non disponibile anche Sky, 3ritenendo che la lunghezza dei tempi di assegnazione e la farraginosità delle procedure, non avrebbe permesso una pianificazione dei costi e dei possibili ritorni in termini economici dell'operazione. "Il governo ha accettato gli ordini del giorno per rivedere la gara sulle frequenze tv. Lo avevamo chiesto, è successo. E' un fatto positivo, molto", commenta Walter Veltroni.

"Quello di oggi è un importante risultato raggiunto. Esprimiamo soddisfazione per l'accoglimento dell'odg a firma Di Pietro, per il quale Italia dei Valori si è battuta in Parlamento con determinazione". Così Massimo Donadi, capogruppo di Idv alla Camera, ha commentato in Aula la decisione del governo. "Viste le esperienze in materia di ordini del giorno accolti e mai attuati, vigileremo in Parlamento affinché il governo mantenga fede agli impegni assunti, auspicando che l'esecutivo, trattandosi di adempimenti amministrativi, provveda tempestivamente ad annullare il beauty contest e organizzare una gara", ha concluso Donadi.

Ma le reazioni più attese erano quelle dell'"indiretto" interessato, l'ex premier e patron di Mediaset, Silvio Berlusconi. Nessuna dichiarazione ufficiale, ma secondo alcuni esponenti di primo piano del Pdl, Berlusconi avrebbe parlato di vera e propria "imboscata". Il Cavaliere, riferiscono alcuni deputati che erano vicini all'ex premier in Aula, ha letto con attenzione i testi degli Odg e in particolare è rimasto colpito da uno dei due documenti, quello della Lega, a prima firma di Roberto Maroni. La doccia fredda è arrivata quando il governo, che inizialmente aveva chiesto il ritiro degli odg sulle frequenze, ha dato invece il suo via libera

venerdì 16 dicembre 2011

AVREMMO VOTATO LA FIDUCIA SE.....

A distanza di poche settimane, il governo Monti è tornato in Parlamento per la seconda volta a chiederci di dargli fiducia. La prima volta ce l'hanno chiesta sulla parola. E noi sulla parola l'abbiamo data. Una parola in realtà composta da 3 parole: equità, rigore e sviluppo. E oltre a queste 3 parole c'era la fiducia sulla professionalità e credibilità del nuovo governo. E lo voglio dire subito, a scanso di equivoci: dovessimo tornare indietro, quella fiducia la daremmo ancora, perché non v'è dubbio che è meglio veder rappresentare l'italia dal presidente del consiglio Monti, vederlo ai vertici internazionali dialogare da pari con Merkel, Obama e Sarkozy, piuttosto che l'ex presidente Berlusconi che ci faceva vergognare e ridere. Non v'è dubbio che è meglio confrontarsi con personalità come quelle attuali, piuttosto che con ex ministri inquisiti per fatti di mafia.

Non è in discussione da parte nostra la possibilità di poterci confrontare nel merito, e ci dispiace davvero che questo confronto sia stato impossibile con la decisione di mettere la fiducia. Una fiducia che fa sentire noi sotto ricatto, ma sappiamo che anche il governo si sente sotto ricatto. Non lo possono ammettere, certo, ma a me lasciatemelo dire. Per bocca dello stesso Monti, dei suoi ministri e sottosegretari, abbiamo preso atto che questa manovra l'avrebbero fatta in modo diverso se gli fosse stato consentito.

Non ci crede, il presidente Monti? Vada a leggere la prima pagina di Repubblica di oggi, l'intervista a Catricalà: "sulle liberalizzazioni - ha detto - certo che sono arrabbiato e amareggiato, la forza delle lobby in Parlamento è ancora potente. E ancora, cito da Ballarò di 3 giorni fa il sottosegretario Polillo: "Non abbiamo potuto mettere a gara le frequenze televisive perché nella maggioranza c'è anche il PdL". Lo vogliamo tradurre in dipietrese? "Perché nella maggioranza c'è anche il partito di Berlusconi, che le frequenze se le è prese a gratis!"

In onestà, vi pare che brave persone come quelle che compongono il governo Monti non abbiano la nostra fiducia? Ma il problema è che ci dispiace vederli così arrendevoli. Non io, non Di Pietro, ma il professor Monti, nel 1999, da commissario europeo, intervenendo pubblicamente e spiegando le ragioni per cui nel nostro Paese non c'era e non c'è sviluppo - la terza gamba dell'impegno fiduciario di qualche settimana fa -, diceva: "L'economia italiana è debole perché il risanamento è fatto con aggravi fiscali e non con il contenimento delle spese". E adesso cosa fa, il presidente Monti? Aggravi fiscali, tasse su tasse, e nulla sul contenimento delle spese.

Io penso che un'altra manovra era ed è ancora possibile. Mi auguro che successivamente si possa ancora fare, recuperando quel rapporto fiduciario che noi non abbiamo tolto. Siamo costretti a toglierlo oggi perché ci viene posto il ricatto del voto di fiducia, che è cosa diversa. E siamo costretti a votare contro perché questa manovra è iniqua e ingiusta, una manovra che non fa gli interessi della collettività italiana. E' una manovra - e cito un manifesto di economisti e intellettuali di ieri - che viene imposta al Paese, ma che manca di un concreto e chiaro segno di equità, ha in sé un rigore a senso unico, e la giustizia sociale è inesistente".

E' una manovra iniqua, perché fa pagare il costo della crisi ai pensionati e non alle lobby finanziarie, a quelle persone che hanno iniziato a lavorare prestissimo e pensavano di andare finalmente in pensione, e non ci andranno perché i soldi per far quadrare i conti il governo è andato a prenderli proprio a loro invece che agli scudati fiscali e invece di fare la convenzione con la Svizzera, come Germania e Inghilterra, per prendere quei fondi dagli evasori che sono scappati e hanno nascosto i capitali in Svizzera dopo aver fatto falsi in bilancio e corruzione. Il governo ha preferito colpire i precari, piuttosto che eliminare i costi della politica o colpire i grandi evasori fiscali.

Non io, ma Monti stesso ha detto che la prima cosa da fare era eliminare i costi della politica, eliminare gli sprechi, gli enti inutili, i consigli di amministrazione e le società a iosa che sono nate per dare posti di sottobanco ai trombati della politica. Ma poi non l'ha fatto. Ha detto che lo farà nel 2013. La fine che faranno questi provvedimenti è di essere rimandati per sempre.

Noi non siamo d'accordo col merito della manovra. E' una manovra che non tiene conto degli interessi dei cittadini. E' una manovra che poteva e doveva essere fatta in altro modo. E' una manovra che il governo stesso ha ammesso essere insufficiente. E allora chiedo direttamente al governo: perché avete messo la fiducia? E, se proprio dovevate mettere la fiducia, perché prima di questo vi siete sottomessi alle corporazioni, agli ordini professionali, a tutte quelle lobby di interessi che dicevate di voler combattere?

La verità è una e una sola, signor presidente del Consiglio: il suo è nato come un governo tecnico, ma è subito diventato un governo politico, con i suoi compromessi. Per cercare una maggioranza parlamentare che le permettesse di sopravvivere qui dentro, ha rinunciato ai suoi stessi principi e obiettivi. Noi oggi neghiamo la fiducia. Non perché non abbiamo rispetto verso tutti voi, ma perché ci dispiace avervi visti così arrendevoli. Ci auguriamo che voi un giorno possiate tornare ad essere persone tutte d'un pezzo, che fanno gli interessi di tutti gli italiani e che mettono al primo posto gli interessi dei più deboli: quel giorno potremo con piacere tornare a darvi la fiducia.
Noi dell'Italia dei Valori non facciamo populismo. Facciamo politica nell'interesse dei cittadini. E se c'è qualcuno a cui non va bene tutto questo, si assuma la responsabilità di trovare un'alternativa, non se la prenda con noi che, come Cassandra, denunciamo il male che vediamo.

Postato da Antonio Di Pietro

pubblichiamo da Micromega "L’ultimo treno che viene dal Sud di Angelo d’Orsi"


Cinque notti fa è partito l’ultimo convoglio Torino-Palermo. Dopo mezzo secolo di onorato servizio, è stato soppresso, come tutti i convogli dell’asse Nord/Sud. Un gesto assurdo, persino volgare, che in nome della riduzione dei costi non solo ha tolto un servizio essenziale all’utenza, ma ha dato uno schiaffo alla “coesione sociale”, a vegliare sulla quale ora addirittura abbiamo un ministero.

Hanno cancellato, soprattutto per i ceti meno abbienti, la possibilità, per di più nell’imminenza delle festività di fine anno (una vera crudeltà) di “tornare al paese”, di andare a fare scorta di caciocavalli e salumi, della tanica d’olio (di quei pochi ulivi sopravvissuti al forzato abbandono della terra), di vino “genuino” della vigna, di pane fatto in casa, dei giocattoli ricevuti in dono per il Natale dai bambini. Certo, ci dicono gli orari ferroviari, sarà sempre possibile raggiungere Bari da Milano: cambiando a Bologna, e Palermo o Napoli da Torino, cambiando a Roma. Con i pacchi,le valigie, gi indumenti invernali…; me le vedo quelle famiglie stremate, che corrono da un binario all’altro, per acciuffare il loro treno, pregando la Madonna di non mancarlo. Ma questo è un crimine. Ce ne rendiamo conto? E ci hanno anche detto che tutto ciò era necessario per abbattere i costi. Menzogna.

Dai sindacati apprendiamo che i treni notte trasportavano in un anno circa un milione e mezzo di passeggeri. Il fatto è, a quanto capisco, che i fondi pubblici riversati su Trenitalia, ora sono dirottati sull’“alta velocità”, i cui prezzi praticati alla clientela continuano a lievitare: ma tanto, si ragiona negli uffici commerciali dell’azienda, quello è un pubblico in grado di pagare, o perché abbiente, o perché gran parte di esso viaggia a spese di ditte, imprese, istituti. Per gli altri sono rimasti i treni regionali: mettendone una dozzina una dopo l’altro, si può continuare a percorrere la Penisola da cima a fondo, in definitiva. Perché allarmarsi? Perché protestare? In effetti il pubblico, nella sua grande maggioranza, tace, inebetito o assorto nei suoi privati gravi problemi, quelli della sopravvivenza, detto in una sola parola. E la scomparsa dei collegamenti ferroviari Nord/Sud non sembra cosa grave. E, rimaniamo in silenzio, o ci accontentiamo di esercitare il diritto al mugugno, più che mai sotto ricatto per via della “Crisi”, il grande Moloch che richiede ogni giorno veri e propri sacrifici umani.

Se la battaglia contro il treno “ad alta voracità”, che dovrebbe devastare la Val di Susa, recando benefici solo a un pugno di capitalisti, e addossando ai contribuenti la maggior parte dei costi, è in corso, e non credo finirà, lo si deve, anche, forse, al fatto, che è più facile, per così dire, combattere per impedire la creazione di qualcosa (di negativo), piuttosto che per evitare l’eliminazione di qualcosa (di positivo). Le circostanze sono favorevoli nel caso negativo, più difficili nel caso positivo; ossia lottare contro è più semplice, come messaggio politico, che lottare per. Inoltre, là la lotta è concentrata in uno spazio delimitato, nel quale le popolazioni, le vittime designate dello scempio-Tav, si riconoscono, si possono mobilitare, si possono facilmente organizzare contro le truppe di occupazione.

Quanto all’altra faccenda, l’abolizione dei treni notte, dei collegamenti diretti Nord/Sud, diciamolo, a chi interessa? Eppure, questa battaglia in realtà, come quella contro il Tav, è una battaglia di democrazia: perché va nell’interesse di tutti, o della stragrande maggioranza della popolazione. Ed è una battaglia da farsi in nome della difesa dei beni pubblici, per riaffermare anche innanzi tutto che i trasporti, come la sanità, l’istruzione, e le comunicazioni (dalle poste ai telefoni, che non a caso erano di proprietà pubblica, prima) costituiscono servizi per la cittadinanza, e non possono essere considerati nei termini di costi e profitti.

E vogliamo parlare di quel migliaio di lavoratori che verranno licenziati? O, in parte, “ricollocati” in altre aziende del Gruppo (a fare che?): ma questa possibilità vale solo per i dipendenti delle Ferrovie dello Stato (perché il Gruppo debba ancora chiamarsi così, poi…), e tutti coloro che lavoravano per le società addette ai servizi? Per loro nessuna pietà. A casa. Non importa l’età, la condizione, lo stato di famiglia. Tutti a casa. E il ministro della coesione? E la ministra del welfare? E il ministro delle infrastrutture e trasporti? Beh, loro sono occupati a dire che bisogna fare l’alta velocità, che i sacrifici sono per tutti, che i servizi devono essere in pareggio. Ma dimenticano gli stipendi dei supermanager: a cominciare dall’ultralodato Moretti. Vogliamo dirla tutta? Questa è l’ennesima sua infamia. Un’infamia che assume un peculiare sapore in questa congiuntura storica e politica. Spezzare l’unità nell’anno delle celebrazioni dell’Unità: ecco come leggo io questa scelta dissennata. E dividere orizzontalmente, oltre che verticalmente, il Paese, aumentando le distanze tra ceti agiati e ceti disagiati. Divisione geografica, divisione sociale.

E, così, impietosamente, gettare fra i detriti un pezzo di storia importante, come il Treno del Sole. Solo chi non ha mai fatto quel tragitto notturno, sia nell’andata sia nel ritorno, non può capire il significato e il valore di quella nostra Transiberiana. Solo chi non ha visto gli assalti di una marea umana, che lanciava i ragazzi dai finestrini per far occupare i posti migliori (le prenotazioni erano cose rare e da ricchi), quegli enormi scatoloni di cartone, le valige chiuse con lo spago, i fiaschi e le taniche…; solo chi ha visto da testimone partecipe quel film, può capire di cosa sta parlando. Viaggi lunghissimi, defatiganti, nella calura di fine luglio, o nel gelo di Natale; negli scomparti a otto posti, di seconda classe, si creava una coesione umana strepitosa. Racconti di campagna e di officina, offerte di mandarini e arance, panettoni condivisi (ricordo un 31 dicembre tornando dal Sud, in cui tutti i miei compagni di viaggio, occasionali – ero solo, ragazzo – avevano lo spumante e il panettone, e mi costrinsero ad assaggiarne da ogni bottiglia, ma in modo protettivo e affettuoso), salami affettati sul momento e offerti, quasi cacciati a forza tra le dita, che si ungevano irrimediabilmente, ma si potevano pulire sul pane “casereccio”, anche quello prodotto di un Sud che tornava al lavoro nelle officine e negli uffici della Fiat e dintorni.

Romanticherie fuori tempo massimo? Forse. Ma quel treno era l’Italia unita, che finalmente usciva dalle ristrettezze del primo dopoguerra, e si avviava sulle strade del “miracolo”, che non fu solo economico, fu sociale, culturale, antropologico. “Quel treno che viene dal Sud”, cantò in una bellissima canzone gonfia di sentimenti e di retorica Sergio Endrigo, cogliendo bene il significato di una vera e propria istituzione che è stata un simbolo e uno strumento di una identità in costruzione dell’Italia. E ora, per chiudere armoniosamente il Centocinquantenario, l’abbiamo messa a morte. Disfatta l’Italia, ora possiamo provvedere a disfare gli italiani. Questo è un piccolo, ma importante passo.

(15 dicembre 2011)

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