martedì 6 ottobre 2009

ANSA : Esame del Lodo Alfano, attesa per la sentenza


La Corte si riunisce in serata sulla norma che sospende processi per le più alte cariche

06 ottobre, 16:54

L'udienza della Corte Costituzionale

L'udienza della Corte Costituzionale

ROMA - L' udienza della Consulta sul Lodo Alfano, la legge che sospende i processi nei confronti delle più alte cariche dello Stato, è terminata. I giudici stanno discutendo le altre cause in calendario per oggi. La Corte si riunirà in camera di consiglio nel pomeriggio.

La Consulta non ha ammesso l'intervento della Procura di Milano nel giudizio riguardante la legittimità del Lodo Alfano. La decisione è stata comunicata dal presidente della Corte, Francesco Amirante, alla ripresa dell'udienza successiva alla sospensione che ha consentito ai giudici costituzionali di ritirarsi in camera di consiglio per decidere in proposito. Il professor Alessandro Pace, che aveva presentato memorie alla Consulta per sostenere l'illegittimità del Lodo a nome della Procura di Milano, non potrà dunque intervenire nell'udienza pubblica.

"La legge è uguale per tutti ma non sempre lo è la sua applicazione", ha detto l'avvocato del premier Niccolo' Ghedini innanzi ai giudici della Consulta in una arringa durata15 minuti. L'avvocato del presidente del Consiglio, che è anche parlamentare, ha sottolineato che con il 'lodo' "é stato realizzato, con una legge ordinaria, un edificio costituzionalmente resistente".

Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Paolo Bonaiuti difende la legge rifacendosi alle considerazioni espresse dall'Avvocatura generale. "Si tratta di una misura legittima ma anche dovuta - spiega - per consentire alle cariche istituzionali di esercitare il proprio mandato al meglio e nell'interesse del paese". "Ci aspettiamo che la Consulta decida con grande serenità, dimenticando le questioni politiche", auspica infine Gaetano Pecorella, legale del premier.

il 24 ottobre il Presidente Di Pietro sarà a San Severo (FG)

Cari amici,

la presente per informarvi che il prossimo 24 ottobre il
Presidente parteciperà alle ore 17.00 a San Severo (FG)alla Festa
provinciale dell'Italia dei Valori.

Cordiali saluti

Francesca Bonetti
Segretaria Particolare
On.le Antonio Di Pietro
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lunedì 5 ottobre 2009

PRIVATO CORRUTTORE



E il premier trasforma in complotto un'ordinaria
storia di malaffare

di GIUSEPPE D'AVANZO


La politica, per Silvio Berlusconi, è nient'altro che il modo più efficace per accrescere e proteggere il suo business. È sempre stato così fin da quando, neolaureato fuori corso in giurisprudenza, si dà agli affari. Forte di legami politici con le amministrazioni locali e regionali - e qualche "assegno in bocca" - diventa promotore immobiliare. La politica gli consente di tenere a battesimo, fuori della legge, il primo network televisivo nazionale. La collusione con la politica - la corruzione d'un capo di governo e il controllo di ottanta parlamentari - gli permette di ottenere, dal presidente del consiglio corrotto, due decreti d'urgenza e, dal parlamento, una legge che impone il duopolio Rai-Fininvest. Non proprio un prometeo dell'economia, nel 1994 è in rotta e fallito (gli oneri del debito della Fininvest - 4000 miliardi di lire - superano l'utile operativo del gruppo). Ha perso però i protettori travolti dal malaffare tangentocratico e s'inventa "imprenditore della politica" convertendo l'azienda in partito. E' ancora la politica che gli consente di manomettere, con diciassette leggi ad personam, codici e procedure per evitare condanne penali per un variopinto numero di reati (falso in bilancio, frode fiscale, appropriazione indebita, corruzione) fino all'impunità totale della "legge Alfano" che gli assicura un parlamento diventato bottega sua (domani la Consulta ne vaglierà la costituzionalità). Non c'è da sorprendersi allora se, condannato oggi al pagamento di un risarcimento di 750 milioni di euro per aver trafugato la Mondadori corrompendo un giudice, Silvio Berlusconi si nasconda ancora una volta dietro il paravento della politica. E' sempre la sua carta jolly per confondere le acque, cancellare i fatti, rendere incomprensibile quel che è accaduto, difendere - dietro le insegne dell'interesse pubblico - il suo interesse personale. Secondo un copione collaudato nel tempo, il premier anche oggi è lì a cantare la favola dell'"aggressione politica al suo patrimonio", dell'"assedio ad orologeria". Evoca, con le parole della figlia Marina (presidente di Mondadori), il "momento politico molto particolare". Piagnucola: "Se è così, chiudo". Minaccia (gli capita sempre quando è a mal partito) che chiamerà alle urne gli elettori, se sarà contrariato. Bisogna dunque dire se c'entra la politica, in questa storia della Mondadori. La risposta è sì, c'entra ma (non è un paradosso) soltanto perché salva Berlusconi dai guai (e non è una novità).
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Ricapitoliamo. E' il giugno 2000. Berlusconi è accusato di aver comprato la sentenza che gli ha permesso di mettere le mani sul più grande impero editoriale del Paese scippandolo a Carlo De Benedetti (editore di questo giornale). Per suo conto e nel suo interesse, gliela compra l'avvocato e socius Cesare Previti (poi suo ministro). L'udienza preliminare del "caso Mondadori" ha un esito sorprendente: non luogo a procedere. E' salvo. Il pubblico ministero Ilda Boccassini si appella. La Corte le dà ragione, ma Previti e Berlusconi hanno destini opposti. Per una svista, i legislatori nel 1990 si sono dimenticati del "privato corruttore" aumentando la pena della corruzione nei processi soltanto per il "magistrato corrotto". Correggono l'errore nel 1992, ma i fatti della Mondadori sono anteriori a quell'anno e dunque Berlusconi è passibile della pena meno grave, da due a cinque anni (corruzione semplice), anziché da tre a otto (corruzione in atti giudiziari). Se ottiene le attenuanti cosiddette generiche, può farla franca perché il reato sarebbe estinto. La sentenza del 25 giugno 2001 le concede a Berlusconi, non a Previti che va a processo. Stravagante la motivazione che libera il premier: è vero, Berlusconi ha corrotto il giudice, ma si è adeguato a una prassi d'un ambiente giudiziario infetto e poi l'attuale suo stato "individuale e sociale" (si è appena insediato di nuovo a Palazzo Chigi) merita riguardi. Diciamolo in altro modo. Per i giudici non si possono negare le attenuanti, e quindi la prescrizione, a quell'uomo che - è vero - è un "privato corruttore" perché è "ragionevole" e "logico" che il mandante della tangente al giudice sia lui, ma santiddio oggi governa l'Italia, è ricco, potente, conduce la sua vita in modo corretto, come si fa a mandarlo a processo? Berlusconi potrebbe rinunciare alla prescrizione, affrontare il giudizio, dimostrare la sua estraneità, pretendere un'assoluzione piena o almeno testimoniare e dire perché ha offerto a Previti i milioni da cui attinge per pagare il mercimonio del giudice. Non lo fa, tace, si avvale della facoltà di non rispondere e il titolo indecoroso di "privato corruttore" gli resta appiccicato alla pelle. Dunque, prima conclusione. La politica di ieri e di oggi non c'entra nulla se si esclude il salvataggio del premier, "privato corruttore". Bisogna riprendere il racconto da qui perché la favola dell'"aggressione politica al patrimonio" di Berlusconi si nutre di un sorprendente argomento: "Il processo non ha mai riguardato la Fininvest che si limitò a pagare compensi professionali a Previti". Occorre allora mettere mano alle sentenze. C'è un giudice, Vittorio Metta, che già è stato corrotto da Previti per un altro affare (Imi-Sir). Viene designato come relatore dell'affare Mondadori. La designazione è pilotata con sapienza. Scrive le 167 pagine della sentenza in un solo giorno, ventiquattro ore, "record assoluto nella storia della magistratura italiana". In realtà, la sentenza è scritta altrove e da chi lo sa chi: "Da un terzo estraneo all'ambiente istituzionale", si legge nella sentenza di primo e secondo grado. Venti giorni dopo il deposito del verdetto (14 febbraio 1991), la Fininvest (attraverso All Iberian, il "gruppo B very discreet") bonifica a Cesare Previti quasi 2 milioni e 800 mila dollari (3 miliardi di lire). Su mandato di chi? Nell'interesse di chi? "La retribuzione del giudice corrotto è fatta nell'interesse e su incarico del corruttore" scrivono i giudici dell'Appello che condannano Cesare Previti non perché concorre al reato di Vittorio Metta (il giudice), ma perché complice del "privato corruttore" (Berlusconi). "E' la Fininvest - conclude infine la Corte di Cassazione - la fonte della corruzione e pagatrice del pretium sceleris", del baratto che consente a Berlusconi da diciotto anni di avere nella sua disponibilità la Mondadori. Rimettiamo allora in ordine quel si sa e ha avuto conferma nel lungo percorso processuale, in primo grado, in appello, in Cassazione. Berlusconi è un "privato corruttore". Incarica il socius Previti di corrompere il giudice che decide la sorte e la proprietà della casa editrice. Previti ha "stabilmente a libro paga" Vittorio Metta. Il giudice si fa addirittura scrivere la sentenza. Ottiene "almeno quattrocento milioni" da una "provvista" messa a disposizione dalla Fininvest che "incassa" in cambio la Mondadori. Questi i nudi fatti che parlano soltanto di malaffare, corruzione, baratterie, di convenienze privatissime e non di politica e mai di interesse pubblico. Di politica parla oggi Berlusconi per salvare se stesso. Come sempre, vuole che sia la politica a tutelare business e patrimonio privati. Per farlo, non rinuncia - da capo del governo e "privato corruttore" - a lanciare una "campagna" che spaccherà in due - ancora una volta - un'opinione pubblica frastornata e disinformata. Berlusconi chiede un'altra offensiva di plagio mediatico con il canone orientale delle tv e dei giornali che controlla e influenza: non convincere, non confutare, screditare. Il premier giunge a minacciare le elezioni anticipate, come se il suo destino fosse il destino di tutti e l'opacità della sua fortuna una responsabilità collettiva. Ripete la solita filastrocca che si vuole "manipolare con manovre di palazzo la vittoria elettorale del 2008 ed è ora che si cominci a esaminare l'opportunità di una grande manifestazione popolare". In piazza, metà del Paese. In difesa di che cosa? Si deve rispondere: in difesa della corruzione che ha consentito a Berlusconi la posizione dominante nell'informazione e nella pubblicità. E perché poi dovremmo tornare a votare? In difesa del suo portafoglio. L'Italia esiste, nelle intenzioni del capo del governo, soltanto se si mobilita a protezione delle fortune dell'uomo che la governa.



(dal quotidiano "La Repubblica" del 5 ottobre 2009)

domenica 4 ottobre 2009

GIU' LE MANI DALL'INFORMAZIONE


Centinaia di migliaia in piazza"Giù le mani dall'informazione"
di MATTEO TONELLI

ROMA - "Il cittadino non informato o informato male è meno libero". Basterebbe questa frase, detta dal palco dal presidente emerito della Corte Costituzionale Valerio Onida, per spiegare il senso della giornata. Questo 3 ottobre che ha visto 300mila persone (secondo la stima degli organizzatori, 60mila per la questura) stipare all'inverosimile piazza del Popolo a Roma, fino a creare un muro di persone in buona parte delle vie del centro. Dovere di informare e diritto di essere informati, è lo slogan di cui si è fatta promotrice la Federazione nazionale della stampa. E all'appello hanno risposto in centinaia di migliaia. Arrivati in piazza del Popolo per applaudire Roberto Saviano che elenca nomi dei giornalisti caduti mentre facevano il loro mestiere. Chiedendo che non si "infanghi" il loro nome. Ricordando che "verità e potere non coincidono mai". In piazza per gridare la loro solidarietà a Repubblica, L'unità, Annozero, Report e a tutti coloro che, da tempo, sono nel mirino dell'esecutivo. Per riconoscersi. Per dire e, dirsi, che la libera informazione è il tassello fondamentale della democrazia. Per cantare che "libertà e partecipazione". E' una piazza davvero affollata quella baciata da un primaverile sole romano. Con la voglia di far sentire la sua voce. Di dire che non tutto "è reality", che "un'altra Italia è possibile". Una piazza militante, certo. Con i cartelli contro Berlusconi. Che fischia sonoramente quando i precari nominano il ministro Gelmini. Ma che non fa sconti nemmeno a sinistra. "D'Alema chiedi scusa e poi vattene", recita un cartello.


E' una piazza che esprime un bisogno di partecipazione, di mobilitazione. Piena di ragazzi e ragazze. Sono davvero tanti quelli venuti a piazza del Popolo. Gente che cita Gramsci e il suo "odio per gli indifferenti". Una piazza variegata. Ci sono i giornalisti, davvero tanti. Anche quelli della stampa cattolica, da Avvenire a Famiglia Cristiana, il cui direttore Don Sciortino manda un messagio per dire che è "diabolico far credere che questa manifestazione sia una farsa. La legittimazione del voto popolare non autorizza nessuno a colonizzare lo Stato e a spalmare il Paese di un pensiero unico senza diritto di replica". Si schiera anche il cdr di Mediaset. Ci sono cittadini che a farsi dare dei "farabutti" dal premier non ci stanno. Anche se quelli di Rai3 se lo scrivono, beffardamente, in uno striscione. Giornalisti che vedono minacciata la loro professione. "Il governo ritiri il dl Alfano e le querele contro Repubblica e Unità" dice il segretario della Fnsi, Franco Siddi. E ci sono i partiti e le loro bandiere, anche se gli organizzatori avevano chiesto un passo indietro. Franceschini e Bersani (che per un giorno dimenticano la sfida congressuale), Bertinotti, Di Pietro. C'è la Cgil di Guglielmo Epifani che ha organizzato molti pullman. Mancano Cisl e Uil e la piazza li fischia. Ed ancora l'associazionismo, l'Arci, Giustizia e Libertà. Gli universitari con il bavaglio sulla bocca. Ma anche il mondo della cultura, preoccupato per i tagli, altra forma di restringimento della libertà. Nanni Moretti si mischia tra la folla e lancia un affondo al centrosinistra "che negli ultimi 15 anni ha sbagliato tutto". Serena Dandini incassa applausi. E ci sono i precari della scuola che oggi a Roma si sono ritrovati in corteo. E tantissimi semplici cittadini. Come Paola Franchi e Graziella e Donatella Andreani. Sono partite da Verona alle sette della mattina. Il perché lo spiegano così: "Bisogna difendere la democrazia, oggi è sempre più difficile far conoscere verità. Lo diciamo anche ai giornalisti: tenete la schiena dritta". C'è gente così a questa manifestazione che non è una festa, non è una farsa (come l'ha definita Berlusconi) e non è nemmeno uno spettacolo (nonostante ci siano i cantanti). "E' l'ennesima manifestazione contro Berlusconi" tuona la destra. E di sicuro, da queste parti, il premier non riscuote simpatie. Ma non è lui il protagonista, stavolta. Certo, alcuni cartelli lo sbeffeggiano. Richiamano la vicende delle escort a palazzo Grazioli. "L'infomazione rende liberi, papi ci rende schiavi". "Dieci ragazze per me posson bastare". "Le notizie non si coprono con il cerone". Un cartello ricorda le dieci domande di Repubblica a cui il premier non ha mai risposto. L'antiberlusconismo c'è. I fischi al Tg4 e a Feltri pure. Ma c'è anche molto altro. Ci sono cartelli che citano Calamandrei quando paragona la libertà all'aria. Altri che ricordano come non essere ascoltati non sia una buona ragione per tacere. Se c'è un messaggio che questa piazza lancia è proprio questo. Non è più tempo di feste e spettacoli. E quando Marina Rei canta Gaber, quel "libertà è partecipazione" sembra l'unica colonna sonora possibile per una giornata così.

dal quotidiano "La Repubblica" del 3 ottobre 2009

NAPOLITANO FIRMA SCONTRO CON DI PIETRO


Scudo fiscale, Napolitano firma ed è scontro con Di Pietro

ROMA - Il presidente della repubblica, Giorgio Napolitano, ha firmato il decreto correttivo al dl anticrisi che contiene la misura dello scudo fiscale. Il capo dello Stato ha apposto la sua sigla al provvedimento (che viene quindi promulgato) al rientro al Quirinale dopo la sua visita di tre giorni in Basilicata. Ieri il presidente aveva spiegato con una nota le ragioni della sua decisione. Ragioni che hanno scatenato la reazione di Antonio Di Pietro. Il leader Idv ha parlato di "Atto di viltà e abdicazione". Immediata la risposta da parte di fonti del Quirinale: "Di Pietro? Oltre ogni commento. Il presidente non ha potere di veto come si vuole far credere". Proprio durante il suo breve viaggio in Basilicata, il presidente aveva affrontato la questione con alcuni cittadini. "Presidente non firmi, lo faccia per le persone oneste", ha chiesto un uomo nella piazza di Rionero in Vulture. Napolitano ha risposto: "Non firmare non significa niente". L'oggetto del botta e risposta è il decreto anticrisi che contiene lo scudo fiscale, approvato ieri alla Camera e che il capo dello Stato si accinge a promulgare."Nella Costituzione - ha continuato il capo dello Stato - c'è scritto che il presidente promulga le leggi. Se non firmo oggi il Parlamento vota un'altra volta la stessa legge ed è scritto che a quel punto io sono obbligato a firmare. Questo voi non lo sapete? Se mi dite non firmare, non significa niente".

Parole che il leader dell'Italia dei Valori Antonio Di Pietro commenta in toni durissimi: "Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, affermando che non poteva non firmare la legge criminale sullo scudo fiscale, ha compiuto un atto di viltà ed abdicazione". "E' proprio la Costituzione - ha spiegato Di Pietro, in piazza a Roma con i precari della scuola - che affida al capo dello Stato il compito di rimandare le leggi alle Camere controllando in prima istanza la loro costituzionalità". "Così facendo - ha aggiunto l'ex pm - Napolitano si assume la responsabilità di questa legge". Alle parole di Di Pietro replica il presidente della Camera dei Deputati, Gianfranco Fini che esprime la propria solidarietà al capo dello Stato: "Le accuse al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, a cui va la nostra piena solidarietà, dimostrano che quello di Antonio Di Pietro è un atteggiamento irresponsabile, che manifesta la totale assenza di senso delle Istituzioni e una pervicace volontà di avvelenare il clima politico". Ma Di Pietro se la prende anche le altre forze di opposizione dalle quali, dice, vengono iniziative "cialtronesche". "Noi al voto sullo scudo fiscale eravamo presenti in modo pressoché totale - dice il leader dell'Idv - e lamentiamo che l'opposizione nel suo complesso non abbia saputo fare quadrato almeno per respingere quella legge. Ma si sa, in Italia ci sono due opposizioni: quella dell'Idv, che è ferma e fa sentire la sua voce, perché ritiene che il governo Berlusconi faccia male al Paese, e poi c'è l'opposizione del giorno dopo, quella che dice che Berlusconi sta al governo per colpa di Di Pietro". "Io - conclude il leader dell'Idv - dico che ci sta per colpa di una opposizione cialtronesca, che rinuncia a fare il suo dovere".

dal quotidiano "La Repubblica" del 3 ottobre 2009

venerdì 2 ottobre 2009

partecipiamo all'Incontro/dibattito: "PUGLIA: Un'altra Sanità è possibile!"





LUNEDI' 5 OTTOBRE ORE 18 SALA GIUSEPPINA -
TEATRO KURSAAL SANTALUCIA (LUNGOMARE - B A R I )

Interventi programmati:

avv.Alfieri Zullino (studio associato APZ):
" PREVENZIONE DEI REATI DI CORRUZIONE NELLE PUBBLICHE AMMINISTRAZIONI - il caso PUGLIA";

Antonio Mazzarella (responsabile settore medici CGIL Policlinico Bari):
"LISTE D'ATTESA";

Massimo Mincuzzi (Sindacato FILSI)
"INTERNALIZZIAMO LA SANITA'";

dr. Riccardo Montingelli (medico pronto soccorso ospedale Miulli):
"EMERGENZA... SANITA'";

Pino Africano (ass "la Salute me la mangio"):
"LA SANA ALIMENTAZIONE VERA PREVENZIONE PRIMARIA..";

Mariella Francese (c/o la Facoltà di Scienze della formazione primaria - Università degli Studi di Bari)
"LA SCUOLA IN OSPEDLE";

prof. Pino D'Amato (luminare della PMA):
"IL RAPPORTO TRA POLITICA E SANITA': la regola dell'eccezione..";

Michele Farina (ass AGEBEO):
"UMANIZZIAMO LA SANITA'";

Vito Grittani (cittadino disabile):
"ABBATTIAMO LE BARRIERE DELL'INDIFFERENZA!!";

Maria Pia Silvestri (centro di riabilitazione ospedale Di Venere):
"DISAGIO MINORILE - EDUCATOI DI STRADA).

Relatori:
Adriana Polibortone (IO SUD), Francesco Boccia (PD), Pierfelice Zazzera (IDV), Enzo Divella (PRIMAVERA IN MOVIMENTO), Ignazio La Grotta (CRCOLI LIBERAL- PUGLIA).

Moderatori: Donato Cippone (ass di promozione sociale "Una Puglia Migliore"), dott. Leonardo Damiani (rete civica:UNA CITTA' PER TUTTI).

COORDINAMENTO REGIONALE ASSOCIAZIONI COMITATI MOVIMENTI - P U G L I A

Sii presente e passa... parola...

INFOTEL: 339-3493200; 335-1275607

giovedì 1 ottobre 2009

VIA IL CANONE E VIA 1%


30 Settembre 2009
Via il canone e via l'un per cento

Autore Antonio Di Pietro
Se Annozero e Parla con me "portano voti" al governo allora il Presidente del Consiglio li lasci andare in onda e ritiri i suoi cani da guardia, e visto che c’è si riprenda il cavallo di Troia che ha piazzato alla concorrenza delle aziende di famiglia.Anzi lui, che è al governo, aggiunga: "Via il canone Rai e via l’1% dei diritti delle concessioni per le frequenze di Stato a Mediaset che devono essere adeguate ad un congruo 30% del fatturato".Se è vero che la Rai, con questa dirigenza oscurantista, non merita il canone dei cittadini è altrettanto vero che le reti Mediaset non possono saccheggiare l’erario retrocedendogli quattro spiccioli del fatturato di una società minore dell’impero mediatico Berlusconi, RTI, facendo passare un fiume di miliardi di euro di Pubblitalia senza pagare un cent.Lo abbiamo scritto nel nostro programma e senza questa “svista” dell’1%, da parte dei vecchi governi di sinistra, oggi il Paese non sarebbe in mano alla parodia della parodia de “il Grande Dittatore”.Mi chiedo come si possa aver appaltato il 50% del sistema radiotelevisivo nazionale in mano a uomini del calibro di Confalonieri e Berlusconi. Un comodato praticamente gratuito, stipulato dal sodale Craxi, ma siglato dai governi per decenni, che ha consentito ad una sola famiglia di controllare una nazione e cumulare immense ricchezze alle spalle dei cittadini.Poi con calma dovremo tornare ad occuparci anche dei contributi pubblici all’editoria, perché anche quelli, con un’informazione supina, come quella della stampa attuale, sono del tutto ingiustificati.

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