sabato 5 settembre 2009

NO GELMINI DAY


4 Settembre 2009
No Gelmini day

L’Italia dei Valori aderisce con convinzione al ‘no Gelmini day’ e sarà al fianco degli insegnanti e degli studenti uniti nel manifestare le ragioni della loro protesta.
Grazie alla ‘riforma Gelmini’ la scuola pubblica italiana è ormai al collasso. Il Governo, rimanendo indifferente alle drammatiche proteste degli insegnanti, gioca con il futuro del nostro Paese e con la dignità delle persone: taglia fondi all’istruzione, provocando migliaia di licenziamenti e mandando sul lastrico altrettante famiglie italiane, e mortifica la professionalità e la preparazione dei docenti.
Il sistema scolastico italiano necessita di una riforma ma questa non può coincidere con il drastico taglio delle risorse volto solo a far cassa. Quella della Gelmini è dunque una riforma scellerata che andrebbe abrogata e non corretta.
E’ evidente che questo Governo considera l’investimento nel campo della ricerca e dell’istruzione come marginale rispetto ad altre politiche care alla Casta e sulle quali fonda, invece, la propria azione di Governo.
L’Italia dei Valori, oltre ad esprimere solidarietà ai precari della scuola che stanno manifestando in diverse parti d’Italia, ribadisce il pieno sostegno alle loro battaglie.

Postato da Antonio Di Pietro in

UN GIORNO NERO

di Stefano Folli
Un giorno nero per il giornalismo, la politica e anche la Chiesa 4 settembre 2009
È un giorno nero, non solo per il giornalismo italiano, ma anche per la politica e soprattutto per quell'idea dell'Italia civile a cui si resta tenacemente affezionati pur sapendo quanto sia ormai illusoria. Ed è un giorno nero anche per la Chiesa che non ha saputo o voluto difendere a sufficienza uno dei suoi uomini di maggior prestigio nell'ora più difficile. Dino Boffo si dimette da direttore di "Avvenire" con una lettera che definire dignitosa è molto riduttivo: si tratta piuttosto di un documento politico su cui tanti dovrebbero riflettere per capire cosa è davvero successo nell'ultima settimana.Gli anglosassoni usano un'espressione pertinente per definire casi come questo: "character assassination", ossia l'omicidio virtuale di qualcuno di cui viene distrutta a tavolino l'immagine pubblica. Boffo paga crudelmente il prezzo delle critiche, peraltro misurate, rivolte al presidente del Consiglio per quanto riguarda la sua moralità e un certo stile di vita. Critiche legittime e persino doverose, visto che tra i compiti prioritari di un giornale c'è quello di controllare i rappresentanti del potere politico e di bacchettarli quando è opportuno. Non si dà invece il caso inverso, ossia che il potere politico si vendichi dei giornalisti e alimenti una campagna mediatica per screditarli sul piano personale. Una tale pratica sarebbe, è ovvio, del tutto inconcepibile in paesi di forte democrazia. Da noi purtroppo è accaduto, il che rappresenta un danno irrimediabile per la qualità del nostro dibattito democratico.Per cui si può dire che le conseguenze del caso Boffo sono al momento insondabili, ma è facile prevedere che non saranno positive. Quell'"imbarbarimento" di cui ha parlato il presidente della Camera non porterà fortuna a nessuno. Non a un governo, peraltro forte di una larga maggioranza parlamentare, che ha finito per mettersi in rotta di collisione con la Chiesa, credendo di alimentare la rivalità tra fazioni ecclesiastiche e di giovarsene nei suoi calcoli di potere. Non alla Chiesa stessa, che esce malconcia dalla vicenda e ha dato l'impressione di piegarsi alla violenza dell'offensiva: magari con l'intento di salvare il salvabile, ossia il rapporto con una coalizione di centrodestra usa a concedere molto alla gerarchia cattolica, in numerosi campi. Ma non è detto che il baratto, se di questo si tratta, basti a nascondere le ferite che questa vicenda porta con sé.Ha detto bene Francesco Cossiga: il sacrificio di Boffo è «un atto di devozione filiale verso la Chiesa». Un modo per togliere la Cei dalla linea del fuoco, aiutare la ricomposizione dei contrasti, accelerare la sospensione delle ostilità. In definitiva, si è trattato di immolarsi sul piano personale per salvare l'istituzione ecclesiastica e la sua politica verso lo Stato italiano. Va dato atto a Boffo di aver ben compreso la portata tutta politica dello scontro che si è consumato in questi giorni. Nel gioco oscuro delle vendette e delle ritorsioni, mentre nell'aria svolazzavano "dossier" anonimi, stava emergendo la fragilità e l'impaccio della Chiesa d'oggi, dietro la solidarietà ufficiale al direttore di "Avvenire" sotto attacco. Facendosi da parte, Boffo ha restituito il loro ruolo e la loro tranquillità a molti personaggi che non erano preparati a combattere battaglie in campo aperto.Tuttavia la Chiesa non dimentica. Ci vuole molta ingenuità per credere che la storia finisca qui, con l'uscita di scena di un uomo la cui vita – sono le sue drammatiche parole – «è stata violentata». Le vendette di Berlusconi si consumano subito, quelle dei vescovi richiedono tempi lunghi, alle volte molto lunghi, ma sono spesso implacabili.

dal "Il Sole 24 Ore" 04 settembre 2009

giovedì 3 settembre 2009

MANDANTE E UTILIZZATORE

IL COMMENTO
Mandante e utilizzatore

di GIUSEPPE D'AVANZO
Mai come oggi, i caratteri del "male italiano" sono il conformismo, l'obbedienza, l'inazione. Anche ora che un assassinio è stato commesso sotto i nostri occhi. Assassinio. Con quale altra formula si può definire - in un mondo governato dalla comunicazione - la deliberata e brutale demolizione morale e professionale di Dino Boffo, direttore dell'Avvenire, "reo" di prudentissimi rilievi allo stile di vita di Quello-Che-Comanda-Tutto? Un funzionario addetto al rito distruttivo - ha la "livrea" di Brighella, dirige il Giornale del Padrone - "carica il fucile". Così dice. Il proiettile è un foglietto calunnioso, anonimo, privo di alcun valore. Si legge che Boffo è un "noto omossessuale". La diceria medial-poliziesca ripetuta tre o quattro volte assume presto la qualità di un prova storica. Non lo è. Non lo è mai stata. Brighella è un imbroglione e lo sa, ma è lì per sbrigare un lavoro sporco. Gli piace farlo. Se lo cucina, goloso. Colto con le mani nel sacco delle menzogne, parla ora d'altro: qualcuno gli crede perché sciocco o pavido. Non è Brighella a intimorire. È Quello-Che-Comanda-Tutto. È lui il mandante di quel delitto. È lui il responsabile politico. Contro Silvio Berlusconi ci sono quattro indizi. Già in numero di tre, si dice, valgono una prova. Il primo indizio ha un carattere professionale. Qualsiasi editore che si fosse trovato tra i piedi un direttore che, con un indiscutibile falso, solleva uno scandalo che mette in imbarazzo Santa Sede, Conferenza episcopale, comunità cattoliche gli avrebbe chiesto una convincente spiegazione per l'infortunio professionale. In caso contrario, a casa. A maggior ragione se quell'editore è anche (come può accadere soltanto in Italia) un capo di governo che tiene in gran conto i rapporti con il Papa, i vescovi, l'opinione pubblica cattolica. Non è accaduto nulla di tutto questo. Gianni Letta ha dovuto minacciare le dimissioni per convincere Berlusconi a mettere giù due righe di "dissociazione". Può dissociarsi soltanto chi è associato e tuttavia nei giorni successivi, mentre il lento assassinio di Boffo continua, non si ode una parola di disagio dell'editore-premier a dimostrazione che il vincolo dell'associazione è ben più stretto di quella rituale presa di distanza: Berlusconi vuole far sapere Oltretevere che non ammette né critici né interlocutori né regole.
OAS_RICH('Middle');
Il secondo indizio è documentale. Il 21 agosto, Mario Giordano, direttore del Giornale, è costretto a lasciare la poltrona a Brighella. Ne spiega così le ragioni ai suoi lettori: "Nelle battaglie politiche non ci siamo certi tirati indietro (...) Ma quello che fanno le persone dentro le loro camere da letto (siano essi premier, direttori di giornali, editori, ingegneri, first lady, body guard o avvocati) riteniamo siano solo fatti loro. E siamo convinti che i lettori del Giornale non apprezzerebbero una battaglia politica che non riuscisse a fermare la barbarie e si trasformasse nel gioco dello sputtanamento sulle rispettive alcove". Giordano non poteva essere più chiaro: mi è stato chiesto (e da chi, se non dall'editore-premier?) di fare del mio quotidiano una bottega di miasmi, per decenza non me la sono sentita e lascio l'incarico a chi quel lavoro sporco è disposto a farlo. Che il Giornale sia diventato un'officina di veleni lo conferma un redattore in fuga. Luca Telese, sul suo blog, racconta di dossier e schifezze già pronte al Giornale contro "giornalisti o parenti di giornalisti di Repubblica". L'indiscrezione è confermata in Parlamento da "uomini vicini al premier" (la Stampa, 29 agosto) Il terzo indizio è, diciamo così, politico e cronachistico. Berlusconi, incapace di governare nonostante i numeri in eccesso e un'opposizione fragile, ha "rinunciato al suo profilo riformatore" (Il Foglio, 31 agosto). Non ha più alcun "fine". Difende soltanto "i mezzi", il suo potere personale. Lo vuole assoluto. Conosce un unico metodo per tenerselo ben stretto nelle mani: un giornalismo pubblicitario e servile che consenta di annullare ciò che accade nel Paese a vantaggio di una narrazione fatta di emozioni e immagini composte e ricomposte secondo convenienza; un racconto che elimina ogni criterio di verità; un caleidoscopio mediatico che produce un'ignoranza delle cose utile a credere in un'Italia meravigliosa senza alcun grave problema, in pace con se stessa, governata da un "Superman". Per questa ragione Berlusconi ingaggia l'obbediente Augusto Minzolini al telegiornale del servizio pubblico Rai. Per la stessa ragione, ma di segno opposto, liquida in un paio di mesi tre direttori di giornale. 2 dicembre 2008. Il Corriere della sera (direttore Paolo Mieli) e la Stampa (direttore Giulio Anselmi) rilevano il conflitto d'interessi dietro la decisione di inasprire l'Iva per Sky, diretto concorrente di Mediaset. Da Tirana, Berlusconi lancia il suo "editto": "I direttori di giornali, come la Stampa e il Corriere dovrebbero cambiare mestiere". 10 febbraio. Enrico Mentana, fondatore del Tg5 e anchorman di Matrix, non riesce a ottenere uno spazio informativo da Canale5 per raccontare la morte di Eluana Englaro. Protesta. L'Egoarca lo licenzia su due piedi. In aprile l'editto di Tirana trova il suo esito. Il 6, Mieli lascia il Corriere. Il 20, tocca ad Anselmi. Mentana non è più tornato in video. Anselmi e Mieli non fanno più i giornalisti. Hanno davvero cambiato mestiere. Il quarto indizio contro Berlusconi è concreto, diretto e recente. Quando non può licenziare o far licenziare i giornalisti che hanno rispetto di se stessi, Quello-Che-Comanda-Tutto organizza contro di loro intimidazioni: trascina in tribunale Repubblica colpevole di avergli proposto dieci domande e l'Unità per gli editoriali - quindi, per le opinioni - che pubblica. O dispone selvagge aggressioni. È il responsabile politico dell'assassino morale di Boffo preparato da Brighella. La maschera salmodiante combina campagne di denigrazione contro l'editore e il direttore di questo giornale. Poi l'editore-premier - come utilizzatore finale - si incarica di far esplodere quelle calunnie con pubbliche dichiarazioni rilanciate al tiggì della sera dall'obbediente Minzolini, che tace su tutto il resto. Questa è la scena del delitto perfetto della realtà e del giornalismo. Sono in piena luce gli assassinii, gli assassinati, gli uccisori, il mandante. Vi si scorge anche un coro soi-disant neutrale. Vi fanno parte politici di prima e seconda fila che dicono: basta, torniamo alla realtà dei problemi del Paese. È proprio vero che "la pratica del potere ispessisce le cotenne". Queste teste gloriose, soffocate nella propria autoreferenzialità, non comprendono che è appunto questa la posta in gioco: la possibilità stessa di portare alla luce la realtà, di evitarne la distruzione, di raccontarla; di non fare incerta la distinzione tra reale e fittizio come Berlusconi pretende dai giornalisti anche a costo di annientare chi non accetta di farsi complice o disciplinato. Il dominio di Quello-Che-Comanda-Tutto passa, oggi e prima di ogni altra cosa, da questa porta. La volontà di tanti giornalisti "normali" che chiedono soltanto di fare il proprio lavoro con onestà e dignità ne esce umiliata. La loro inazione oggi non ha più una ragion d'essere di fronte alla brutalità dei "delitti" che abbiamo sotto gli occhi. La prudenza che induce tanti, troppi a decidere che qualsiasi azione o reazione sia impossibile, non li salverà. Il conformismo non li proteggerà. Il mandante dei delitti è un proprietario che conosce soltanto dipendenti docili e fedeli. Se non lo sei, ti bracca, ti sbrana, ti digerisce.
(da Repubblica del 3 settembre 2009)

2 Settembre 2009
L'Europa tutela la liberta' di espressione

Autore Gianni Vattimo
La difesa dell’informazione come difesa della libertà in quanto tale. E’ ormai evidente che il regime di Berlusconi, come ogni regime che si rispetti, sta procedendo ad una aggressione della stampa e dei media che travalica le Alpi.Dopo la crociata interna, ora lo sguardo del premier, politicamente barcollante, si rivolge all’estero, e la crociata diventa transnazionale. Così oltre a La Repubblica e L’Unità, i nemici si chiamano anche The Times, Le Figaro, The Guardian ma soprattutto, stando alle dichiarazioni del suo fido avvocato Ghedini, Le Nouvel Observateur ed El Pais. Una virulenza tale da interessare ormai tutto il Vecchio Continente.Non a caso proprio il portavoce della Commissione Ue, Leitenberger, in riferimento alle denunce del presidente del Consiglio verso la stampa estera, ha ricordato (e ammonito) che l’Europa tutela la libertà di espressione. In un clima di guerra ormai aperta a tutta l’informazione, le istituzioni comunitarie non possono non reagire restando in silenzio.Per questo ho informato la Commissione Cultura e Istruzione, per mezzo di una lettera (leggi) indirizzata alla sua presidente, l’On. Doris Pack, dell’appello pubblicato su La Repubblica e promosso dai tre giuristi Cordero, Rodotà e Zagrebelsky, già sottoscritto da migliaia di cittadini e cittadine, esponenti politici, uomini e donne della cultura e dello spettacolo, personalità pubbliche.Nel mio intervento odierno alla Commissione Cultura, nel quadro della presentazione del programma della presidenza svedese, ho fatto riferimento alle famose 10 domande che il quotidiano diretto da Mauro ha avanzato al presidente del Consiglio, pagando per questo il prezzo della denuncia da parte di Sua Emittenza, e ho suscitato l’interesse della presidenza svedese stessa, che per tramite dei suoi ministri ha definito l’anomalia italiana un problema che merita di essere discusso e del quale si discuterà.La minaccia alla libertà, quella primaria di sapere ed essere informati, è ormai un’emergenza non solo italiana. Per questo il Parlamento europeo deve essere pienamente a conoscenza di quanto sta accadendo per poter intervenire. Si è celebrato nelle scorse ore l’anniversario della II Guerra mondiale, che chiama in causa anche quella politica dell’appeasement che l’Europa adottò verso l’allora nascituro nazismo.Oggi l’Europa è in dovere di non ripetere la debolezza passata e di non sottovalutare i semi che, in Italia, potrebbero far germogliare l’insana pianta del regime. Sotto altre vesti, forse, ma non meno dannosa e tragica.

Postato da Gianni Vattimo in


"Superman" mi ha denunciato, direi quale onore, se stessi leggendo un fumetto della Marvel, ma in realta' sono molto preoccupato, non per me ovviamente ma per il bene del Paese, perche' a farlo e' un Presidente del Consiglio.
I segnali che arrivano ogni giorno sono a dir poco allarmanti e si fa strada in me la convinzione che sia davvero necessaria una perizia psichiatrica per un uomo da cui dipende il destino dell’Italia. Nell’ultimo anno abbiamo assistito ad un’escalation delle gesta di un Presidente del Consiglio che sembra essere uscito di senno.
Le gesta sconsiderate di quest’uomo sono l’effettivo riscontro delle parole della signora Lario che dichiarava “mio marito è malato, ha bisogno di essere curato”.
I segnali di questa possibile instabilità sono molteplici, giornalieri direi: la vicenda delle escort condita dalle strampalate conversazioni registrate dalla D’Addario, poi le reazioni scomposte di fronte a contestatori di piazza, penso al discorso di Cinisello o alle sparate sui magistrati all’assemblea di Confindustria, o a agli attacchi alla stampa, ai quotidiani Avvenire e Repubblica. Tutto ciò non basta, si aggiungono anche le dichiarazioni sulla crisi e su quel forzato ottimismo, l’intenzione di affrontare le manifestazioni studentesche con la polizia, l’accoglienza a Gheddafi, l’attacco ai portavoce dell’Ue, la minaccia di bloccare il Consiglio europeo e chissà oggi cosa ci riserva...
Pertanto ritengo necessario che in Parlamento si affronti il nodo di fondo di questa vicenda umana: la necessità urgente di valutare - prima che faccia altri danni - se Silvio Berlusconi possa rappresentare ancora il Paese con la piena facoltà di intendere e volere. Dopo tutto si tratta di raccogliere l’appello di sua moglie che sicuramente lo conosce bene.

mercoledì 2 settembre 2009


1 Settembre 2009
Sostituitelo, per amor di Patria
Autore Antonio Di Pietro

Dopo la risposta di Silvio Berlusconi ai portavoce Ue "di stare zitti", avvenuta in seguito alla richiesta di spiegazioni sui respingimenti dei barconi di migranti attuati dall’Italia e da Malta, è seguita la minaccia di bloccare il Consiglio europeo come se fosse il motore del suo falciaerba ad Arcore.A questo punto ritengo che il Presidente del Consiglio abbia bisogno di una perizia psichiatrica per poter continuare a governare il Paese.Ormai Berlusconi è in guerra con il mondo intero: la Chiesa, l’Europa, i cittadini, la stampa estera e nazionale. Sta isolando l’Italia a livello internazionale, fatta eccezione per gli Stati a cui paga a suon di miliardi la propria amicizia, quali la Libia.L’idea che l’Ue si sta facendo dell’Italia è drammaticamente squallida e reca danni d’immagine sia alle imprese italiane all’estero, o che comunque con l’estero commerciano, sia ai cittadini italiani che ci vanno per una vacanza. Il comportamento di Silvio Berlusconi provoca danni economici al nostro Paese e lo esclude dagli importanti tavoli internazionali.Pertanto la maggioranza parlamentare si decida a ripensare alla leadership, l’opposizione saprà accontentarsi di un governo tecnico per amor di Patria. Tutto purchè si interrompa questo harakiri giornaliero ad opera di un Presidente del Consiglio che sembra affetto dai sintomi della paranoia.
Postato da Antonio Di Pietro in

martedì 1 settembre 2009

1 Settembre 2009
Omaggio alle vittime di Lockerbie

Oggi ho fatto pubblicare un messaggio di solidarieta' per le vittime della strage di Lockerbie sul quotidiano più diffuso in Scozia: 'Evening Times'.
Ritengo che la reputazione del nostro Paese vada recuperata, senza perdere altro tempo, con azioni concrete e visibili che trasmettano all’estero una visione diversa del nostro Paese e degli italiani, da quella che questo governo sta costruendo oggi.
Queste azioni forse non risolleveranno l'economia nazionale ma aiuteranno la comunità internazionale ad interpretare il governo Berlusconi, nel momento in cui ce ne libereremo, come un incidente di percorso nella storia d’Italia. Chi pensa che “i panni sporchi si lavino in casa” è un berluscones e gli domando a quale casa si stia riferendo visto che è stato lo stesso Presidente del Consiglio a renderci tristemente ridicoli agli occhi dell'opinione pubblica mondiale.
E mentre da una parte Silvio Berlusconi invia le Frecce Tricolori in un Paese che fiancheggia i terroristi, nel giorno dell’anniversario dell'ascesa al potere del suo dittatore, io invio un messaggio di solidarietà alle 270 vittime di Lockerbie, e parteciperò, il prossimo 21 dicembre, alla commemorazione della tragedia di quel lontano 1988 portando il cordoglio degli italiani alle famiglie delle vittime. Quale dei due gesti pensiate apprezzerà maggiormente l’opinione pubblica mondiale?
Mi ribello all’arroganza di questo governo incanta-popolo mosso esclusivamente da interessi personali, mi ribello a questa lenta ma inesorabile chiusura nei confronti dei Paesi democratici che sospinge l’Italia verso l’isolamento economico e culturale, e non mi rassegno ad ammirare la rettitudine e la lungimiranza dei Capi di Stato di altre nazioni chiedendomi perché non possano averne uno con queste qualità anche gli italiani.

Postato da Antonio Di Pietro in

CONTATORE